Sabato 8 ottobre

LOOKING THROUGH WINDOWS

Nadia Eeckhout 

When I look through windows, I often see so much space for less, allowing my fantasy to open her eyes. A glimpse, a moving shadow or even just some broken words trigger my imagination. A window is a generous host, welcoming that delightful sunlight on its condensed dirty pane, those drops of morning dew leaping down its surface, revealing a face so pale. Simultaneously reflecting what is happening on the other side, it brings different stories together into one frame. It is the transparent conductor leading an orchestra of mood, textures, tones and capricious reflections to a crescendo. And yet, that same window takes me straight to genuine intimate moments, close and crystal clear, without deviation whatsoever, sometimes almost touchable. Minds become readable, solitudes start shouting louder, and details are magnified. That genuine subtle smile, the daydreamer, fragile sorrow, a mind full of thoughts, … Transparency of small human life.            (Venue/Schedule)

D. So che hai sempre avuto una specie di ossessione per sbirciare nelle finestre e attraverso le porte, fin dall'infanzia. È questo che ti ha fatto appassionare alla fotografia?

No, non esattamente, ma la mia macchina fotografica è stata davvero di grande aiuto per fissare e inquadrare quei momenti magici nelle porte ombreggiate, dietro le finestre e le tende. La mia ‘ossessione di sbirciare nelle finestre' originariamente sfociava in disegni; disegni di ciò che avevo “scoperto” (e abbellito) al ritorno da scuola. In seguito ho anche scritto dei racconti su ciò che credevo di aver visto ma soprattutto di ciò che non avevo visto e che potevo solo immaginare. La telecamera è arrivata solo più tardi lungo la strada. Dopo aver scattato tante foto ai miei figli per riempire dozzine di album con dolci ricordi, ho gradualmente iniziato a vagare per le strade e cercare di catturare ciò che mi interessava. Il potere magico della fotografia di immortalare una frazione di secondo attraverso la luce e il tempo si stava impadronendo sempre più di me. Tuttavia, è stato solo dopo l'acquisto di un teleobiettivo che mi sono sentito una sorta di 'sistemato'. Stavo sperimentando che, con il mio obiettivo da 55 mm, difficilmente riuscivo ad avvicinarmi abbastanza alle persone o alle scene che volevo fotografare senza essere notato. Con quel teleobiettivo, potevo mantenere le distanze e catturare la spontaneità intorno a me senza danneggiarne l'autenticità. E credo ancora di avere maggiori possibilità di trovarlo dietro una finestra o una tela che in pieno giorno. Almeno nei luoghi dove di solito scatto i miei scatti; ma forse mi sbaglio. Comunque, a volte cammino per chilometri prima di trovarlo.

D. Hai ancora una carica emotiva, come quando eri una bambina, o è diverso adesso?

Quella carica emotiva… Ricordo una casa in particolare mentre andavo a scuola. Fatta eccezione per alcuni merli gorgheggianti e, a volte, un pappagallo loquace all'interno della casa, era tutto così tranquillo che potevo sentire il suono del silenzio. Erano i tratti della timida luce del sole mattutino che accarezzavano i mobili in ombra, nascondendosi e rivelando contemporaneamente, e il pappagallo, naturalmente, che mi faceva fermare ogni volta. A volte percepivo anche l'odore del caffè ma non avevo mai visto nessuno in giro. Quella casa del mistero mi ha fatto sentire molto felice e mi ha aiutato durante molti giorni a scuola. Ancora oggi, posti del genere mi afferrano ancora per il colletto e riempiono il mio cuore di gioia. Tuttavia, sono diventati rari nel mio quartiere, e la mia ricerca è diventata una specie di automatismo: sbircio dalle finestre, nutrendo i miei occhi alla ricerca di un possibile protagonista per una buona foto, dimenticando gli altri miei sensi, quindi forse manca l'incanto di un intero ambiente. Tuttavia, mi sento sempre così eccitato quando all'improvviso distinguo dietro un vetro sporco quella mente giovane piena di pensieri, molto vicina, quasi udibile ma abbastanza lontana da scivolare tra le foglie riflesse di una bella tarda primavera, o quella forma umana dietro una finestra sommersa dalla rugiada mattutina illuminata da un sole invernale. Carica emotiva assicurata!

D. Il fatto che tu rubi sguardi nel mondo di altre persone suggerisce che non sei una persona troppo timida, ma hai affermato che preferisci scattare attraverso il vetro quando possibile. Ti dà un senso di conforto e separazione dai tuoi protagonisti?

Sì, è vero, la distanza extra tra me e il protagonista mi dà un senso di conforto. Ma scattare attraverso le finestre prima di tutto mi dà un’immensa gioia, servendomi il più delizioso dei piatti: protagonista, vetrina, riflessi, varie consistenze e tonalità, tutto su un piatto: un cocktail di cui sono “drogata”.

D. Cosa rende tutto questo così speciale per te?

Devo ripetermi: quando guardo attraverso le finestre, spesso intravvedo più spazio del reale, permettendo alla mia fantasia di sbizzarrirsi. Uno scorcio, un'ombra in movimento o anche solo alcune parole spezzate innescano la mia immaginazione. Una finestra è un ospite generoso, accogliendo quella deliziosa luce del sole sui suoi vetri sporchi condensati, quelle gocce di rugiada mattutina che saltano sulla sua superficie, rivelando un volto così pallido. Riflettendo contemporaneamente ciò che sta accadendo dall'altra parte, riunisce storie diverse in un'unica cornice. È il direttore trasparente che conduce un'orchestra di stati d'animo, trame, toni e riflessi capricciosi in un crescendo. Eppure, quella stessa finestra mi porta direttamente a momenti intimi autentici, vicini e cristallini, senza deviazioni di sorta, a volte quasi toccabili. Le menti diventano leggibili, le solitudini iniziano a gridare più forte e i dettagli vengono ingranditi. Quel sorriso genuino e sottile, il sognatore ad occhi aperti, il dolore fragile, una mente piena di pensieri. Trasparenza della piccola vita umana.

D. Per finire, molti fotografi si considerano legati alla propria macchina fotografica. Data la natura dei tuoi scatti e il senso di complicità, pensi che questo sia davvero speciale nel tuo caso?

Considero la mia macchina fotografica come la mia migliore amica, la mia complice, quindi il legame è molto stretto. Insieme scrutiamo il mondo degli altri e cerchiamo di raccogliere prove di quei momenti preziosi e di quelle costellazioni che innescano la mia immaginazione; quegli squarci di mistero.

Q. I know that you’ve always had a kind of obsession with peering into windows and through doorways, since childhood. Is this what got you into photography? 

No, not exactly, but my camera has indeed been of big help to fix and frame those magical moments in shaded doorways, behind windows and curtains. The “peering-into-windows obsession” originally resulted in drawings; drawings of what I had ‘discovered’ (and embellished) on my way back from school. Later, I even wrote short stories about what I thought I had seen but above all of what I had not seen and could only imagine. The camera only came later along the way. After I had taken as many pictures of my kids as to fill dozens of albums holding sweet memories, I gradually started to roam the streets and try to capture what interested me. The magical power of photography to eternalise a split second through light and time was more and more taking hold of me. However, it was only after the purchase of a telelens that I felt some kind of “settled”. I had been experiencing that, with my 55mm lens, I could hardly get close enough to the people or scenes I wanted to photograph without being noticed. With that telelens, I could keep my distance and capture the spontaneity around me without harming its authenticity. And I still believe that I have a greater chance of finding it behind a window or canvas than in broad daylight. At least in the places where I usually take my shots; but maybe I am wrong. Anyway, sometimes I walk miles on end before I find it.

Q. Do you still get an emotional charge, like when you were a child, or is it different now? 

That emotional charge… I remember a particular house on my way to school.  Except for some warbling blackbirds and -at times- a talkative parrot inside the house, it was so quite that you could hear the sound of silence. It were the dashes of timid morning sunlight caressing shaded furniture, simultaneously hiding and revealing, and the parrot of course, which made me stop every time again. Sometimes I even perceived the smell of coffee but I had never seen anybody around. That house of mystery made me feel very happy and helped me through many days at school. To date, such places will still grab me by the collar and fill my heart with joy. However, they have become rare in my neighbourhood, but what is more, it has become a kind of automatism of me peering into windows, feeding my eyes in search of a possible protagonist for a good photo, forgetting about my other senses, hence possibly missing the enchantment of a whole setting. Nevertheless, I always feel so very excited when all of a sudden I distinguish behind a dirty pane that young mind full of thoughts, very near, almost hearable but far enough to drift away into the reflected leaves of a lovely late spring, or that human shape behind a window submerged in morning dew enlightened by a winter sun. Emotional charge guaranteed!

Q. The fact that you steal glances into other peoples’ worlds suggests that you’re not too shy a person, but you stated that you prefer to shoot through glass when possible. Does it afford you a sense of comfort and separation from your protagonists? 

It indeed offers an extra distance between me and the protagonist, which in its turn gives me a sense of comfort. But shooting through windows offers me before all so much joy, serving me the most delicious of dishes: protagonist, window, reflections, various textures and tones, all of them on one plate: a cocktail I am addicted to.

Q. What is it that makes this so special for you? 

I have to repeat myself: when I look through windows, I often see so much space for less, allowing my fantasy to open her eyes. A glimpse, a moving shadow or even just some broken words trigger my imagination. A window is a generous host, welcoming that delightful sunlight on its condensed dirty pane, those drops of morning dew leaping down its surface, revealing a face so pale. Simultaneously reflecting what is happening on the other side, it brings different stories together into one frame. It is the transparent conductor leading an orchestra of mood, textures, tones and capricious reflections to a crescendo. And yet, that same window takes me straight to genuine intimate moments, close and crystal clear, without deviation whatsoever, sometimes almost touchable. Minds become readable, solitudes start shouting louder, and details are magnified. That genuine subtle smile, the daydreamer, fragile sorrow, a mind full of thoughts. Transparency of small human life. 

Q. Finally. Many photographers consider themselves to have a bond with their camera. Given the nature of your shots, and the sense of complicity, do you think this is extra special in your case? 

I consider my camera as my best friend, my partner in crime, so the bond is very tight. Together we peer into the world of others and try to gather evidence of those precious moments and constellations which trigger my imagination; those glimpses of mystery. 

interview by Keef Charles